
I SETTE PECCATI CAPITALI - SUPERBIA -
Mi perdoni, Padre, perché ho peccato.
So che non dovevo parlargli con quei termini da seduta accademica, con lui avrei dovuto usare un linguaggio base comprensivo al massimo di 26 vocaboli usando la K al posto del CH, ma vengo da un insegnamento classico e mi era difficile, glielo giuro, abiurare la grammatica latina, ci sono vizi che ti porti appresso per tutta la vita. Io ci provo, mi impegno ma poi torno a cadere e spiattello la’ una consecutio come fosse una frase degli 883. Non ho giustificazioni e le chiedo di intercedere per ottenere il perdono divino per tutte quelle volte che ho elencato le capitali degli Stati Uniti d’America e per tutte le volte che ho parlato della terza guerra di indipendenza italiana elencandone gli scontri, le battaglie con il chiaro intento di sfoggiare una cultura scolastica che non ho mai faticato ad apprendere e ricordare. Invoco una supplica anche per tutte le volte che ho citato il mio avo garibaldino, come fosse un privilegio poterne far menzione durante le cene aziendali o peggio durante i raduni di ex allievi dell’asilo di viale della Libertà. Le chiedo una prece per ogni volta che che ho vinto a Trivial ma non riuscivo a pronunciare la risposta sbagliata: le posso garantire che la mia mente rispondeva in automatico senza passare per il discernimento.
E mi benedica padre, per la superbia che ho avuto credendo che potesse amarmi perché gli dimostravo ogni giorno che sono la donna praticamente perfetta.
Io sono effettivamente perfetta, ho solo sbagliato a dirglielo.
Per tutto questo, mi perdoni padre, perché ho peccato.
IRA

I SETTE PECCATI CAPITALI - IRA-
Mi perdoni, Padre, perché ho peccato.
Ma quando l’ho visto disteso sul letto con la stupida dalla voce nasale che ansimava come una cavalla non sono riuscita a trattenere l’asciugamano bagnato che avevo trovato lungo il corridoio e ho iniziato a dar colpi come frustate a quei corpi nudi che cercavano di coprirsi. Lo so, non dovevo lasciare andare la mia rabbia e le giuro che ci ho provato ma immagini per un momento il flusso di sangue che mi è arrivato al cervello: erano litri e litri di molecole che lottavano per uscirmi dagli occhi. Si, lo ammetto le urla hanno fatto accorrere una pattuglia di vigili ma erano dispiaciuti più di me mentre mi legavano le mani dietro la schiena e mi toglievano dalle mani l’ultimo volume del Nuovissimo Melzi.
In ordine è stato: volume uno che ha centrato in pieno il fegato cirrotico del fedifrago, il numero ventitre che lo ha preso in fronte lacerando la pelle tesa e facendo uscire un po’, ma giuro, solo un po’ di materia celebrale, il volume otto è finito sbadatamente sull’osso sacro di quella ninfetta dal pelo biondo, ma lei capirà, era tutt’ossa e mi risultava difficile centrarle una parte morbida. Come segno del destino il volume diciassette volando si è aperto sulla pagina 294 “Rapporti sessuali protetti” che si è schiacciata sul naso di lui che piangeva come un vitello portato al macello all’alba. Sinceramente mi ha schifato il sangue che scendeva dal suo naso. Avrei dovuto pulire io.
Ma è stato solo quando la candida voce gracchiante dello sgorbietto femmina mi ha urlato frignando: “ Adesso ti spiego..” che non ho saputo trattenere l’ira e a lei ho spiaccicato sul musetto grazioso le fragole che si stavano mangiucchiando e a lui il vassoio di acciaio che le conteneva.
G.G.V.

“Alla più deliziosa delle sognatrici, che il tempo farà concreta come la roccia”.
E’ la dedica che mi fece sul suo libro di poesie quando me lo regalo’. E’ il numero 13 di 500 copie tirate.
Sapeva che mi sarei indurita che non avrei potuto continuare a guardare il mondo con gli occhi ingenui di una diciottenne. Avrei continuato ad innamorarmi di tutti e i lividi li avrei nascosti con uno spesso strato di fondotinta. Lui, i sui, non li nascondeva. Non ne andava fiero, ma non li nascondeva.
Era un gigante ai miei occhi: alto, tanto, troppo, la pelle diafana dei poeti, i capelli bianchi, scapigliati e lunghi come quelli dei poeti che non hanno tempo di fermarsi in un negozio di barbiere, le mani delicate dei poeti e quella voce, profonda, che non conosceva toni alti, ma usciva da un corpo provato dagli anni e dal diabete. Portava giacche giallo sole e pantaloni rosso fuoco. Non passava inosservato e forse si odiava per quell’esibirsi quel darsi in pasto a tutti:
-Mangiatemi pure, sono qui, non scappero’, non ne ho voglia, sono stanco, ma non mi sottraggo alla vostra voglia di sapere, di sezionarmi l’anima, perché mi vedete diverso.-
Non è stato solo un capitano d’industria, ma un costruttore di uomini. Gli operai della sua lo adoravano: per loro aveva fatto costruire una biblioteca che potevano consultare liberamente staccando in ogni momento dal loro posto di lavoro.
Quelle sere in cui mi invitava al suo tavolo mi sentivo la favorita del re.
Ascoltavo la sua tristezza lasciata scorrere pacatamente davanti ai nostri bicchieri di vino rosso.
E quella dedica, quelle tre iniziali del suo nome , quel libro sono sempre li, sopra il mio comodino e non c’è polvere sopra.
Non sono mai riuscita a dargli del tu.
TESTAMENTO

Dovessi morire domani a te lascerei le miei risate quelle che hai sentito tante volte in mezzo ai inghiozzi
Ti lascerei le mie dita, le stesse che hanno pigiato i tasti del Pc, sono solo 3 ma tu sai quanto sono importanti. Sono le stesse dita che ti hanno sfiorato, che hanno accarezzato il mio corpo, che ti ho piantato in un occhio le sere che, furibonda, litigavo con te e me ne andavo, senza salutare, sbattendo la porta e con la promessa di non comparire mai più nella tua vita.
Ti lascerei le mie bugie, quelle pietose, quelle che scoprivi sempre, quelle che ti facevano venire il magone in gola.
Ti lascerei l’immagine di me che gira a culo nudo per casa cercando nella desolazione del tuo frigorifero qualcosa da mangiare e se ne torna a letto con delle ciliegie che mangiamo mentre scopiamo. Io sono sopra di te che ti imbocco e ti nutro di frutta e di amore.
Ti lascerei lo stesso pugnale che ti ferito quella sera. C’era freddo quella sera, ma non riuscivi ad avvicinarti a me per scaldarti e non c’erano coperte che potessero sciogliere il ghiaccio che ero riuscita a formare e sciogliessero le stalactiti che si erano formate sotto i tuoi occhi.
Ti lascerei le miei valigie, quelle che sono sempre state pronte per venire da te e riempire i tuoi armadi mischiando le mie mutande alle tue camicie bianche, i miei scialli alle tue tod’s, i miei cappelli al tuo Burberrys.
E’ una eredità pesante, ma la puoi accettare con beneficio di inventario.
PELLE

Tu sei una delle persone più pericolose per la mia salute mentale che abbia conosciuto.
Li conosco i tipi come te, li sento a pelle, li riconosco a naso ormai e scappo perché so che uomini così possono ferire più di un coltello da cucina mentre affetti lo scalogno, più di un rasoio mentre ti radi i peli vicino al ginocchio, più di un foglio di carta che ti taglia la mano.
Scappo e poi torno perché ho bisogno di schiaffi in faccia e di urla e di pianti e di “nontiavessimaiincontrato” e di teneri abbracci e baci e leccate sul viso.
Tu che vivi di rabbia e di passioni riusciresti a destabilizzare anche lo Stato Vaticano ed è per quello che le guardie svizzere ti fermano sempre davanti al soglio di Pietro. Tu che sei come me e sai soffrire in silenzio e colcazzochetidicochestomale, piuttosto mi piscio addosso e dico che ho sudato, ma quella soddisfazione non te la daro’ mai.
Fai, fai pure lo sfrontato, fingi di fregartene, eliminami dalla tua vita tanto lo sai che sono dentro di te perché io sono te.
Puoi circondati della tua corte dei miracoli, puoi usare nani e ballerine per difenderti dai miei teneri attacchi perché non ho un esercito ma una armata Brancaleone, puoi chiudere le porte del tuo cervello e usare il voi quando parli con me e puoi ignorarmi chiudendo con doppia mandata la porta di casa tua e ingoiare la chiave.
Non servirà a niente, perché io sono già dentro, seduta sul letto che ti aspetto.
TITI

Tu sei sempre appartenuto alla categoria “Troie”, quegli uomini ai quali difficilmente si puo’ dire di no. Scherzavi sempre per quel tuo naso importante, per quei capelli neri, drittissimi che ti cadevano sugli occhi, per quelle donne che portavi a casa e dicevi – Mica la sposo, la scopo e basta, mamma – scandalizzando tutta la famiglia che nonostante tutto ti adorava. Bello, come tutti quelli della nostra razza, anche tu avevi quel marchio sulla pelle, come me, come tua sorella, come mio padre. Abbandonavi diamanti grossi come patate e orecchini di rubini e bracciali di perle tempestati di smeraldi come Hansel lasciava briciole di pane. Non te n’è mai fregato niente dei soldi. Avevi il tuo sorriso e quello non te lo avrebbero mai rubato. Non dovevi blindarlo nel baule dell’auto come il resto, quello lo regalavi a tutti così come a me regalavi gioielli di cui neppure immaginavo il valore perché eri tu la vera ricchezza che sapevo di avere. Tu che te ne sei andato a 14 anni in un’altra casa, ostile, diversa, lontana, ma con un sorriso da cagacazzi da permetterti di conquistare il mondo. E lo hai fatto.
Sono cambiate molte cose sai da quel viaggio in auto che abbiamo fatto insieme e in cui tu ti ostinavi a mettermi in imbarazzo chiedendomi la differenza tra il bue e la mucca. Sarebbe stato il tuo ultimo viaggio.
Ti ho amato come si puo’ amare a 15 anni.
Ho una foto di te mentre dormi. L'ho rubata all'album di famiglia. Sei disteso sul prato, le braccia abbandonate, le gambe scomposte. Doveva essere un ricordo è diventato un presagio.
Era una festa quando tornavi. “ Uccidete il vitello grasso e stappate le bottiglie e si faccia festa per quel figlio di puttana che ritrova la strada di casa.
Un giorno non sei tornato più. Il tuo Mercedes non è più entrato nel cortile.
Ti hanno riportato a casa in un’altra auto e non si è fatta festa quella sera.
RICHIESTA

Non l’avresti fatto e basta.
Non inventare scuse penose per te e per me. Non l’avresti mai fatto.
Quegli auguri non me li avresti mai spediti perché so che neanche ti ricordavi, perché mi rimbombano ancora nelle orecchie quelle parole: - Non sono innamorato di te- Non sono innamorato di te- Non sono innamorato di te-
Se quando me l’hai detto il colpo è arrivato direttamente tra gli occhi adesso mi rintrona nella testa.
Cosa c’è in me che non va? Cos’ho io che non va? Non sono bella? Troppo magra? Troppo grassa? Ho gli occhi scuri, troppo scuri, mi metto le lenti a contatto gialle. I capelli color anonimo? Vuoi che me li tinga biondo platino e mi faccia un neo vicino alla bocca? e' perchè so raccontare barzellette "sporche" e mi diverto a scandalizzare? Ho il labbro leporino e non mi sono mai accorta che rumino mentre mangio? Ho le caviglie grosse o le tette troppo piccole? Vuoi che mi faccia una plastica? Cazzo dimmelo ma non lasciarmi senza risposte. Non sono abbastanza intelligente? Vuoi che ti provi che so il nome dei 7 nani di Biancaneve e non ne dimentico mai uno? Vuoi che ti racconti la storia di Aureliano Buendia e di tutta la sua famiglia? Forse è perché non so bere a canna e non so neppure fare i rutti, ma posso imparare e se mi applico riesco anche a partecipare alla gara annuale che fanno a Correggio e ti porto la coppa vinta nella categoria rutto più lungo in solitaria. Parlo troppo? Vuoi che ti provi che so stare zitta per ore ed ascoltarti senza interromperti mai? Vuoi che ti spiattelli la teoria quantistica o il moto delle maree rispetto alle fasi lunari? Dimmi cosa c’è in me che non va. Cosa non ti piace?
E’ perché leggo troppo? Ti giuro che torno analfabeta e prendo lezioni private di involuzione del linguaggio.Non sono abbastanza seria e rido troppo spesso? E’ quello il motivo? Basta saperlo e mi iscrivo al ciclo di conferenze di Padre Maria Turoldo e imparo a vivere di spiritualità E’ il carattere? E’ questo bastardissimo carattere di merda che mi si è formato addosso dopo le testate che ho preso contro il muro del pianto di Gerusalemme?
Dimmelo, dimmi cosa c'è in me che non ami.
Non cambierò, ma almeno sapro’ il perché non hai mai voluto scoparmi.
PILOTA

Lo so bene
Sono di bocca buona.
Non ti ho mai detto
Che hai un carattere di merda
Che sei permaloso come un tortello di zucca
Che sei esasperante come le code alle poste quando vedi che hanno solo uno sportello aperto e siete in fila in 38
Che sei irritante come quello che tiene il faro antinebbia posteriore acceso quando ormai ha visto che lo hai visto perché gli stai dietro al culo
Che sei molesto come un venditore di accendini senegalese che ti racconta la storia della sua vita e della laurea in ingenieria che ha preso a Perugia
Che sei insistente come come quella ragazza che ti chiama alle 8 di mattina e ti dice se vuoi comprare l’oliodellatenutatoscanachetan topassanodalletuepartidomattin a allesei e ci rimane anche male quando le biascichi di andare a farsi fottere
Che sei soporifero come Maria De Filippi che finge casi umani mentre potrebbe far cosa gradita all’umanità se lavasse le scale dei condomini.
Che sei petulante come come quella bambina che mi inciampa sempre sulle scale e alla quale un giorno o l’altro arriverà una pedata nel culo se non la pianta di costringermi a cantare “cip cip l’uccelin si sveglia al mattin su su coccinella che già spunta il di” come pedaggio per farmi passare.
Che sei irritante come D’Alema e ti lavi poco come il seboso Mussi
Che sei noioso come una puntata di “Vivere” che stronca anche mia madre e ha un effetto narcolettico quando il protagonista ripete per la centesima volta lo stesso concetto con le stesse parole con la stessa immobilità del viso e la stessa incapacità recitativa.
Che sei pesante come il moroso della Odette che riesce a parlare per una sera intera del problema della scomparsa del lupo grigio d’abruzzo e il giorno dopo ti chiama per firmare la petizione contro il giardiniere che ha piantato l’alchechengi nell’aiuola
Continuerò a non dirtelo, perché, in fin dei conti, averti come amico mi farà vincere il premio “Livio Tempesta” come bimba più buona dell’anno.
PAGLIACCIO

Dopo l’ennesimo litigio fatto di urla, pianti, rottura di bicchieri e lancio di vasi e portaritratti, me ne ero andata sbattendo la porta come nelle migliori commedie di Feydeau. Le uscite teatrali sono sempre state il mio forte.
Era periodo di quaresima. Forse è per quello che la gente che mi incontrava per strada sgranava gli occhi e rideva, le mamme coprivano gli occhi hai bambni e i vecchi scuotevano la testa borbottando:- Ma dove andremo a finire?-
Ero un pagliaccio perfetto quando ho suonato al cancello di casa tua: il viso con la biacca bianca, le labbra allargate con la matita rossa e i coriandoli che cadevano sulla tua testa dopo che il mio pugno si era aperto per lanciarteli. Hai presente i nasi rossi tondi da clowns? Quello l’avevo sistemato sul naso. Poi immagina un abito enorme a strisce colorate. I calzoni erano stretti alle caviglie per esagerare ancora di più l’abbondanza della stoffa. Intorno al collo una gorgiera bianca di tulle rigido. I capelli li avevo lasciati com’erano, non c’è differenza tra la mia testa spettinata e una parrucca di riccioli
Sei rimasto sulla porta di casa, appoggiato al muro, sorridendo, mentre tuo nonno imprecava contro quei cerchi di carta colorata che avevano sporcato il marciapiede e che ad ogni colpo di scopa volavano via.
Poi mi hai preso la mano e mi hai fatto entrare in casa.